Tutti i quadri della fase giovanile
pongono il problema, ancora insoluto, di distinguere il pennello di
Francesco da quello del patrigno, in un periodo, certamente durato molti
anni, in cui i due probabilmente collaboravano a quattro mani. A
dimostrazione di questo sodalizio pochi ma significativi documenti di
pagamento, tra i quali uno del 1645 in cui Pacecco gira al patrigno del
denaro ricevuto per una sua commissione, mentre alcuni anni prima aveva
trasferito a Carlo, figlio del Vitale, i trenta ducati di una polizza.
Tale sodalizio durò fino alla morte di Filippo, nel 1650, ma a partire
dagli anni Quaranta, gli anni d'oro nella produzione di Pacecco, fu lui
ad influenzare il più anziano pittore, a tal punto da dover ricostruire
un periodo pacecchiano per Vitale. La conferma della consistenza della
problematica si è avuta nel momento in cui è comparsa sul mercato una
coppia di dipinti di notevole qualità: Una fuga di Loth da Sodoma (fig.
28) ed un Incontro di Rachele e Giacobbe (fig. 29), probabilmente il
quadro descritto dal De Dominici (Vol. III, pag. 102) nella collezione
del duca di Maddaloni, entrambi assegnati al De Rosa, fino a quando il
restauro della prima tela, dai caratteri pacecchiani inconfondibili, non
ha messo in luce la firma e la data di esecuzione: "Philippus V./F.
1650".
fig. 28
fig. 29
Dello stesso periodo, e sempre del pennello del Vitale, il
Loth e le figlie (fig. 30) di collezione privata napoletana.
Altri dipinti che sono stati restituiti al Vitale, appartenenti a questa
fase finale della sua attività sono: una Pietà con angeli piangenti,
già sul mercato antiquariale di Reggio Emilia, un Martirio di S. Orsola
in una privata raccolta londinese ed un Loth e le figlie, di collezione
privata napoletana, presentata alla mostra dell'antiquariato del 1989 e
vicina ai modi della Pietà conservata nella chiesa di Santa Maria
Regina Coeli.
In attesa di documenti di pagamento, al momento molto scarsi per
entrambi e di opere firmate e datate, vogliamo proporre una serie di
dipinti, spesso trattanti lo stesso tema, a dimostrare il filo sottile
che divide i due artisti, che in qualche opera hanno sicuramente
lavorato in coppia.
Cominciamo con due quadri di ampia collaborazione, il primo, assegnato
dalle fonti al De Rosa, reclama a gran voce la mano del Vitale, ci
riferiamo alla Madonna e San Carlo Borromeo della chiesa di San Domenico
(fig. 31), nel quale ci troviamo di fronte, come sottolineato dal
Pacelli, ad una iconografia del tutto inedita e stravolgente, al di
fuori dei severi dettami della chiesa, che relega san Domenico a figura
secondaria ed investe san Carlo Borromeo di un ruolo di primo piano.
fig. 30-31
In
questa opera, come ha evidenziato il Lattuada, il De Rosa tenta di
"modernizzare l'arcaica staticità tipica di Vitale mediante
l'addolcimento dei contorni del volto della Vergine e la più fluida
resa volumetrica dei suoi panneggi rispetto a quelli delle altre
figure". Il secondo, una Gloria di S. Antonio (fig. 32), conservato
nella eponima Arciconfraternita in San Lorenzo è dominato da una
cascata di angioletti, che si ripropongono sovrapponibili a quelli del
celebre Angelo custode della Pietà dei turchini o dell'inedito
"collega" (fig. 33) sito, lontano dagli occhi del visitatore,
nella seconda sala antistante al presepe nella chiesa del Gesù vecchio.
fig. 32-33
fig. 34
A questo momento di stretta collaborazione tra i due artisti, che
cominciano ad operare una feconda sintesi tra gli antichi retaggi tardo
manieristi, e le nuove mode del caravaggismo e dello stanzionismo,
appartengono una serie di tele ruotanti attorno al martirio di S.
Barbara. La prima, già proprietà Longhi ed identificata dal Bologna,
di cui esiste una replica con varianti in una raccolta napoletana ed una
terza, pubblicata dal De Vito come soggetto non identificato (fig. 34)
in collezione privata.
fig. 35-36-37
fig. 38-39
Vediamo ora, in rapida successione, sul tema del martirio di S. Barbara,
seguendo il parere del Bologna, tre dipinti: il primo (fig. 35) di
Filippo Vitale, in collezione Brindisi a Napoli, il secondo (fig. 36)
copia da Vitale, in collezione privata napoletana ed il terzo (fig. 37)
di Pacecco, già in una raccolta romana.
Sull'iconografia della Maddalena penitente, sempre secondo Bologna,
(anzi per essere più precisi della S. Maria Egiziaca), mettiamo ora a
confronto tre tele: la prima (fig. 38) di Vitale, conservata nei
depositi di Capodimonte, la seconda (fig. 39) del De Rosa di collezione
privata napoletana e la terza (fig. 40), di collezione Lettieri, con
caratteri border line. Sul tema della Maddalena segnaliamo una tela
inedita (fig. 41), conservata nella Badia di Cava, in cui sono presenti,
anche se larvatamente, caratteri vaccariani.
Le differenze di stile e di tavolozza balzano agli occhi con evidenza e
servono da bussola per percorrere un arduo sentiero attributivo avvolto
ancora, più da ombre che da luce.
Sul tema del Riposo nella fuga in Egitto esistono numerose repliche con
varianti che permettono di differenziare la predominanza dello stile del
Vitale, come nel caso della tela di collezione D'Errico (fig. 42) o di
Pacecco. Nella tela materana, attribuita a lungo al De Rosa, alcuni
dettagli significativi, sottolineati dal Lattuada, impongono di
assegnarla al più anziano pittore: dal gusto per le forme solide e
larghe al più pungente realismo che permea alcuni particolari, come il
Bambinello attaccato al capezzolo o la sfumata e scarna definizione del
volto di Giuseppe. A questa tela va avvicinata, per lo stile e per
l'impianto, il Riposo nella fuga in Egitto (fig. 43) dello Snite museum
of art di Notre Dame negli Stati Uniti, attribuita ad Onofrio Palumbo da
Stefano Causa e più probabilmente attribuibile al Vitale.
fig. 40-41
fig. 42-43
Caratteristiche dello stile di Pacecco sono le seguenti altre redazioni:
la prima (fig. 44) in collezione privata romana, della quale esistono
repliche e copie di bottega, in cui "le straordinarie fisionomie
della Vergine, di Giuseppe e dell'angelo, che offre frutti a Gesù
Bambino, spiccano nell'impaginazione a mezza figura, stagliate
nell'oscurità del bosco e immerse nella luce del tramonto, accesa dai
vivi contrappunti degli abiti" (Lattuada). Seguono l'inedita tela
conservata presso la Corte d'Appello di Napoli (fig. 45), la più pacata
redazione del museo di Cosenza (fig. 46) o l'ultima, di collezione
privata napoletana, (fig. 47), in cui spiccano maggiormente le
differenze di stile tra i due artisti., se confrontata con la gemella
(fig. 48) in maniera lampante del patrigno, autore anche della Madonna
del latte (fig. 49) presente sul mercato antiquariale napoletano, mentre
di Pacecco è senza dubbio la Sacra famiglia con Vergine allattante
presentata alla mostra antiquaria di Castel Sant'Elmo del 1989.
fig. 44
fig. 45-46
fig. 47-48
fig. 49
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