Pittore ancora poco conosciuto nell’ampio panorama figurativo
napoletano attivo intorno alla metà del secolo XVII, Carlo Coppola
fa parte della variegata bottega di Aniello Falcone, nella quale
occupava certamente una posizione di rilievo ed era benvoluto da
tutti, come si evince dalle parole del De Dominici, che dell’artista
ci tramanda poche notizie a margine delle pagine dedicate al celebre
maestro.
Oltre che notevole battaglista, egli fu abile anche nelle scene di
martirio ed in quadri storici e di vedute. Impregnato della cultura
tardo manierista di Belisario Corenzio, ebbe due sfere di
attrazione: il Falcone ed il Gargiulo. Dal primo prende ispirazione
per i quadri di battaglia e gli esempi del suo maestro sono
utilizzati come repertorio di immagini stereotipate, rese con toni
caldi e colori scuri, mentre nei martiri e nei quadri storici le
soluzioni di maggiore libertà pittorica e chiaroscurale, prelevate
da Micco, sono molto marcate.
Altri debiti culturali sono contratti con Callot, con il Tempesta,
con Scipione Compagno e con Andrea Di Lione.
Egli fu attivo per oltre venti anni, dal 1640 al 1665 ed il suo
catalogo, interessante perché testimonianza di un particolare
momento storico e dei gusti della committenza privata, è ancora da
definire, anche se molti suoi lavori sono siglati.
Nessun dato biografico, se non la certezza che l’allievo sopravvisse
al maestro, morto, come sappiamo, nel 1656. “Colui passeggiando
tutto il dì da gentiluomo cinto di spada e pugnale, dipingeva poi la
notte, con gran lume, il perché a capo a qualche tempo divenne
cieco, onde non potendo più dipingere, ricorreva dal suo maestro,
che lo sovveniva per nutricare la sua famiglia, e dopo la morte di
quello, da Micco Spadaro, che molto lo compativa, e si erano amati
infin dalla loro gioventù essendo condiscepoli”. Un aneddoto
sicuramente verosimile e che giustificherebbe la diversa qualità dei
dipinti assegnati dalla critica con certezza all’artista perché
siglati. Probabilmente un’affezione progressiva limitò la
possibilità di dipingere del Coppola, che si sarà servito, più che
dell’aiuto dei due validi colleghi, di qualche mestierante della
bottega, che sotto la sua guida eseguiva le composizioni alle quali
lui si limitava ad aggiungere la caratteristica sigla CC.
I documenti di pagamento dei suoi dipinti oscillano dal 1653, quando
ritocca 118 quadri di proprietà del duca di Monteleone, al 1665,
quando riceve un acconto per un quadro raffigurante un martirio di
Santo Stefano di palmi 5 e 4. La lettera informativa sullo stato
delle arti a Napoli, fatta conoscere dal Ceci, che Pietro Andreini
inviò al cardinale Leopoldo De Medici segnala brevemente l’attività
del Coppola, che viene così descritto: “Chiaro non meno nella
pittura che per la bravura, lavorò con molto spirito le battaglie ed
i paesi. Morì 15 anni sono.
Il Ceci non conosceva con esattezza quando tale nota fosse stata
inviata, ma ora noi sappiamo, grazie alle ricerche del Ruotolo
(1982), la data esatta: 20 settembre 1675. E’ evidente che documenti
di pagamento e quanto riferito dal biografo non collimano per cui la
data di morte dell’artista rimane avvolta nel mistero ed a nulla
varrebbero ricerche negli archivi parrocchiali napoletani per le
difficoltà dovute alla grande diffusione sia del nome che del
cognome.
Per inciso segnaliamo che la Consigli, in un suo volume, nelle
biografie dei battaglisti, indica il 1672 come data di morte del
pittore, ma ignoriamo in base a quale fonte. Altri biografi
accennano all’artista, lo Zani lo descrive ancora all’opera nel
1660, il Lanzi ed il Ticozzi, lo fanno vivente nel 1665 e quest’ultimo
lo dice nato intorno al 1620. Tra gli antichi, Dalbono ricorda due
sue opere siglate, mentre di lui parlano anche il Rolfs ed il Ceci,
che compila la sua scheda per il Thieme-Becker. Il De Rinaldis, in
un inventario del 1911, rammenta una sua Marcia di soldati, siglata,
conservata nella pinacoteca napoletana e poi ceduta in deposito ad
altro istituto.
Ritorniamo alle parole del De Dominici: “ Fece assai bene di
battaglie, e tanto che molte volte le opere sue si cambiano con
quelle dello stesso Maestro, ma tanto i soldati, quanto i cavalli
del Coppola hanno una certa pienezza più di quelli del Falcone, e
massimamente le groppe de’ cavalli sono assai rotonde, il che a
cavalli da guerra non molto conviene”.
Come sempre il celebre biografo riesce acutamente a definire lo
stile di un autore ed a mettere in risalto un aspetto importante
della sua attività, che ha contribuito a confondere parte della sua
produzione migliore con l’opera del maestro. Infatti, nonostante
l’abitudine di siglare le sue opere, la disonestà dei mercanti,
abili col raschietto, ha spesso, non solo ai tempi del De Dominici,
fatto passare per Falcone battaglie del Nostro, mentre più di una
scena di paese, viene assegnata dalla critica al Gargiulo, compagno
di bottega, che negli ultimi anni ha incontrato, grazie ad
un’esaustiva monografia e ad una mostra molto curata, un cospicuo
successo commerciale.
Un modo per riconoscere il pennello del Coppola nei dipinti non
firmati è quello di osservare attentamente le terga e la coda dei
suoi cavalli, presenti non solo nelle battaglie, ma anche nelle
scene di martirio. Le prime sono sempre imponenti, poderose e di
evidenza scultorea, mentre la coda è costantemente vaporosa e
ricchissima di crini, che arrivano fino a terra. Un dettaglio che,
per la sua originalità, costituisce una sorta di sigla nascosta e
che possiamo osservare nel Martirio di Sant’Andrea, di collezione
romana, nella Lapidazione di Santo Stefano, passata nel 1994 sul
mercato antiquariale, nella Crocefissione di San Pietro, in asta
presso Semenzato, Milano 1991, nei Cavalieri con armatura a cavallo,
passato come De Lione in un’asta Semenzato del 2003 ed in opere
forse di bottega, come la Scena di Battaglia, della raccolta de
Bellis di Roma( fig. 1-2-3-4-5).I suoi cavalieri indossano elmi
piumati ed i destrieri si stagliano imponenti in primo piano, mentre
sullo sfondo la scena del combattimento è dominata da castelli
turriti e paesaggi collinari.
fig.1
fig.2
fig.3
fig.4
fig.5
Al momento nessuna battaglia è databile con precisione, anche se è
possibile identificare quelle eseguite nella seconda metà del
Seicento, di più bassa qualità, che accolgono, anche se
parzialmente, le montanti istanze barocche. Vi è poi una serie di
quadri, eseguiti certamente in collaborazione della bottega, nei
quali la tensione dinamica scema a livello descrittivo e questi
dipinti si confondono in quel mare magnum che sul mercato passa
generalmente come opera di Ciccio Graziani e della sua cerchia.
L’Ortolani ritenne di sciogliere la sigla presente nella celebre
Battaglia tra Turchi e crociati (fig. 6) di Aniello Falcone,
conservata al Louvre, come iniziali di Carlo Coppola ed attribuì al
Nostro il dipinto, il quale oggi è unanimemente considerato
autografo del maestro.
fig.6
Opera giovanile è considerata dalla critica l’Assedio di Napoli
(fig. 7), siglata, già in collezione Menotti Bianchi a Napoli e
passata sul mercato antiquariale negli anni Settanta. Essa è
costituita da un prelievo di invenzioni da vari specialisti e da
strette attinenze ai modi pittorici di Aniello Falcone.
fig.7
A questa tela si può accostare il potente Giosuè che ferma il sole
(fig. 8), di una raccolta privata romana, pregno di tangibili
rimandi al tardo manierismo.
fig.8
Nel tondo raffigurante un Cavaliere rampante su sfondo di battaglia
(fig. 9), siglato, esitato nel 1993 alla Finarte di Milano, dotato
di una scattante resa esecutiva con il guerriero che emerge in
controluce e nello Scontro di cavalieri(fig. 10), anche esso
contrassegnato dall’inconfondibile ”CC” intrecciato, di collezione
privata romana, possiamo avvertire stringenti assonanze con tele di
Scipione Compagno e di Filippo Napoletano, la cui produzione come
battaglista è ancora da scandagliare in profondità e la cui eco
possiamo apprezzare anche nelle due figure poste sulla destra nella
Crocefissione di Sant’Andrea.
fig.9
fig.10
Tra i dipinti tradizionalmente assegnati al Coppola figura il
Tribunale della Vicaria (fig. 11), conservato al museo di San
Martino e proveniente da un dono del Banco di Napoli. Il quadro
raffigura l’abituale confusione nel largo prospiciente l’ex fortezza
di Castelcapuano, all’epoca già sede dei Tribunali napoletani con
una variopinta folla di postulanti e mercanti, mentre giudici ed
avvocati escono da eleganti carrozze. In primo piano, oltre al
saponaro che espone la sua mercanzia, è possibile osservare una
singolare consuetudine di quei tempi riservata ai debitori
insolventi: il cedo bonis, una vergognosa esposizione al pubblico
ludibrio per esternare ai creditori la propria insolvenza,
sottoponendosi alla tortura della corda. Ancora oggi nel museo è
conservata la colonna alla quale veniva strettamente legato lo
sfortunato debitore, a ricordo di tempi tumultuosi, quando non
imperavano impuniti gli assegni a vuoto ed i creditori godevano di
un minimo di garanzia.
I più famosi quadri di storia del Coppola sono i due conservati al
museo di San Martino: Scena della peste del 1656 e Resa della città
di Napoli a Don Giovanni D’Austria (fig. 12 - 13).
fig.12
fig.13
Il primo è siglato sulla portantina a sinistra CCO e, prima
dell’identificazione delle iniziali, era stato correttamente
attribuito dall’Ortolani, il quale sottolineava l’influsso del
Corenzio e lo collocava al periodo giovanile dell’artista. La
visuale è impostata su di uno schema spaziale elementare in sintonia
con le opere della cerchia del Tassi eseguite a Roma entro il quarto
decennio del secolo. Le figurine viceversa richiamano a viva voce il
pennello del Gargiulo, anche se la sua fluida libertà espressiva
decade in scarsa cura delle definizioni e dei particolari
topografici. Piazza Mercato, allungata a dismisura, sembra chiudersi
alle pendici del Vesuvio, mentre in alto troneggia una scritta
didascalica a carattere devozionale, con la Madonna e San Gennaro
che, circondati dagli angeli, chiedono a Gesù di far cessare la
peste. La scritta trasforma il quadro, prezioso documento di un
fatto storico, in un gigantesco ex voto, a testimoniare una moda
che, cessato il morbo, influenzò vistosamente la committenza
napoletana.
La seconda tela, pendant della precedente, anche essa siglata,
rammenta un importante episodio della storia napoletana avvenuto nel
1648, come ammonisce la scritta sul nastro svolazzante posto nella
parte alta della composizione, che recita severo “La resa della
città di Napoli a Sua Altezza serenissima Don Giovanni D’Austria”.
La narrazione, nonostante gli eventi serrati e drammatici descritti,
come la fila di teste mozzate in bella mostra, si risolve tutta in
un ampio primo piano con i cortei di cavalieri rigidamente
impostati. Le ombre dominano lunghe ed opprimenti e fanno contrasto
con le pennellate rosse ed azzurre che vivacizzano la scena.
Sempre al museo di San Martino si conserva un altro quadro di storia
del Coppola, databile al 1647, raffigurante una Veduta di Palazzo
Reale con il cardinale Filomarino che visita il viceré. Sono inoltre
presenti una Veduta di un porto ed una Battaglia. Nella pinacoteca
di Capodimonte era presente una Marcia di soldati, siglata, citata
nell’inventario del De Rinaldis, che fu ceduta in deposito ad altro
istituto e non siamo riusciti a rintracciarla.
I dipinti di martiri del Coppola sono superiori di numero alle
stesse battaglie, per le quali l’artista era famoso e fanno di lui,
assieme a Domenico Gargiulo, a Niccolò De Simone ed a Scipione
Compagno, uno dei maggiori specialisti del genere, che riscosse
grande successo tra i collezionisti napoletani nel quarto decennio
del XVII secolo. Questi quadri consolidano la considerazione di un
artista abile nelle storie a figure piccole, non assimilabili alle
bambocciate.
Nella Decollazione di San Gennaro (fig. 14), di collezione privata
londinese, presentato alla mostra sulla Civiltà del Seicento ed
assegnato all’artista dal Causa la scena si presenta come una quinta
teatrale, con l’episodio principale in primo piano, mentre sullo
sfondo, circondato da brulle colline si staglia la lumeggiante
Solfatara. Alcuni dei personaggi raffigurati sembrano prelevati
dall’Elemosina di Santa Lucia del Falcone, a dimostrazione
dell’influsso del maestro, al quale il Coppola unisce una forte
suggestione dalle incisioni del Callot, oltre ad una profonda
conoscenza delle opere di Filippo Napoletano.
fig.14
Un’altra redazione del Martirio di San Gennaro(fig. 15), proveniente
dal mercato americano è stata di recente presentata a Napoli alla
mostra sui Campi Flegrei. La tela, anch’essa di grandi dimensioni, è
siglata sul cavallo bianco a sinistra, il quale, stranamente,
presenta la coda legata, inconsueta nel Coppola. La serrata
composizione delle figure ci conduce al periodo d’oro dell’artista,
intorno alla metà del secolo. L’iconografia del martirio è
pienamente rispettata, con il governatore che assiste alla scena, la
bandiera rossa sventolante e guerrieri a cavallo che tengono a bada
la folla. Gennaro in abiti vescovili attende bendato il fendente
fatale, sorte comune ai suoi compagni. La composizione è affollata
di personaggi minori, che si accalcano per assistere al macabro
spettacolo, mentre sullo sfondo il desolato panorama della Solfatara
e bianchi destrieri al trotto.
fig.15
La Lapidazione di Santo Stefano comparve nel 1994 sul mercato
antiquariale romano e rappresenta, fuori dalle mura di Gerusalemme,
il martirio del santo, che fu il primo a versare il suo sangue in
testimonianza della fede per Cristo. Infatti, secondo gli Atti degli
Apostoli(6, 7), egli, mentre svolgeva il suo compito di diacono con
grande successo, fu ingiustamente accusato di aver bestemmiato dio;
giudicato colpevole fu lapidato nel 37 d.C. a furor di popolo.
Il dipinto dai colori vivaci è da collocare al quinto decennio del
secolo e presenta al centro della scena il martire dal collo e dalla
testa allungati, che ricorda da vicino le figure dello Schoenfeld,
l’artista svevo allora presente a Napoli con reciproci scambi
culturali con gli artisti della cerchia falconiana, principalmente
col Gargiulo, mentre le due guardie in corazza sulla sinistra
riprese di spalle, con il cavallo bianco dalle terga poderose e
dalla lunga coda, si ritrovano in molte altre opere del Coppola.
Il Martirio di San Lorenzo (fig. 16), passato in un’asta Sotheby’s a
Londra, siglato, di dimensioni maggiori delle consuete, proviene
dalla collezione del marchese di San Leucio, Filippo Pisacane, ove
si trovava assieme ad altre opere del Nostro, come veniamo a
conoscenza da un inventario stilato nel 1702(Archivio di Stato di
Napoli, scheda 508, prot. 63, F. 512).
fig.16
L’episodio ritratto descrive il martirio del santo, diacono della
chiesa romana in Spagna nel terzo secolo, il quale si rifiutò di
consegnare al prefetto il tesoro della comunità, per cui nel 258
subì il supplizio di essere arso vivo sulla graticola. Il quadro,
dotato di cromatismo vivacissimo è da collocare nell’attività matura
del nostro artista, perché, nonostante l’adozione di un formato di
dimensioni superiori alla media spenga in parte la potenza
espressiva, il suo solido impianto naturalistico ed il suo rude
pittoricismo, di mediazione stanzionesca, gli permette ugualmente di
raggiungere una notevole qualità.
Alcuni elementi, ad esempio la grande figura a torso nudo presa di
spalle sulla sinistra, sono una costante dello stile del Coppola ed
anche altri personaggi, come la donna che allatta il bambino in
primo piano ed alcuni vecchi con barba e turbante, presentano delle
caratteristiche fisionomiche così ripetitive che ci permettono di
attribuire al pennello del Nostro altri dipinti, come la
Crocefissione di San Pietro, passata ad un’asta Semenzato nel 1991
con un’errata attribuzione a Niccolò De Simone.
Questo dipinto, di non grande qualità, si inserisce nella tradizione
dei martiri e raffigura San Pietro, il quale, come è noto, fu
crocifisso a testa in giù in segno di umiltà nei confronti di
Cristo, durante la persecuzione ordinata dall’imperatore Nerone.
L’attribuzione è resa facile dallo studio della fisionomia di vari
personaggi presenti in altri lavori dell’artista siglati: dalla
donna vestita di rosso sulla destra con lo stesso volto ovale della
madre che allatta in primo piano nel Martirio di San Lorenzo, da far
pensare all’uso della stessa modella, all’uomo a torso nudo, ripreso
di spalle in primo piano, una costante di quasi tutti i lavori del
Coppola. Ed inoltre i volti ed i turbanti dei vecchi barbuti
identici a quelli del Martirio di Sant’Andrea, siglato ed i due
guerrieri con corazza ripresi di spalle con il patognomonico cavallo
dalla coda vaporosa, tanto caratteristica da costituire una sorta di
firma nascosta.
Per finire descriviamo la Crocefissione di Sant’Andrea, di
collezione privata romana, siglata sulla coscia del destriero a
sinistra, nella quale il Santo è sottoposto al supplizio utilizzando
una croce di forma originale a sviluppo diagonale, che prenderà in
seguito nome dal martire. Il solito vecchio barbuto, col
caratteristico turbante sulla sinistra si contrappone a due armigeri
sulla destra, che richiamano la lezione di Filippo Napoletano ed in
primo piano l’elegante cavallo bianco con la fluente coda che arriva
fino a terra.
L’inventiva è piuttosto elementare con la posizione centrale del
santo, da cui si diverge la diagonale compositiva di destra,
dominata da un paesaggio di chiara ispirazione spadariana.
Altri dipinti, certi perché siglati, trattano temi diversi dalla
battaglia o dalle scene di storia napoletana, come Ruben al pozzo
(fig. 17) conservato al museo Diocesano di Salerno e più conosciuto,
semplicisticamente, come Giuseppe e i fratelli. Il poco noto
personaggio biblico, figlio primogenito di Giacobbe e capostipite
della tribù omonima, ebbe parte attiva nella resistenza dei fratelli
contro Giuseppe ed il Coppola lo ritrae mentre sta scoperchiando il
suo pozzo per abbeverare le bestie.
fig.17
Nella tela, oltre all’influsso del Gargiulo, l’artista sembra
risentire, non solo nel paesaggio, della lezione di Andrea Di Lione.
I chiaroscuri sono accentuati alla Falcone, mentre traspare evidente
la conoscenza delle coeve incisioni di Jacques Callot, fonte
ispirativa anche per la Crocefissione di Cristo (fig. 18) del museo
Puskin di Mosca, in passato assegnata al Gargiulo e che, viceversa,
richiama a gran voce il pennello del Nostro.
fig.18
Nel Paesaggio marino(fig. 19), siglato, della collezione di Ciro
Paone, osserviamo numerosi elementi classici del paesaggismo
napoletano, dall’imponente scoglio in primo piano alle guizzanti
figurine dei pescatori.
Un altro dipinto dall’originale iconografia è San Pietro ed il pesce
(fig. 20), già a L’Aja nella collezione di Vitale Bloch ed
attualmente in collezione privata a Parigi. reso noto dal Causa nel
1972, quando il Coppola era quasi sconosciuto. Una composizione a
figure grandi nella quale risalta la lucentezza metallica degli elmi
dei soldati, un dettaglio presente in molti quadri di battaglia.
Sullo sfondo uno scorcio di paesaggio tra Spadaro e Di Lione.
L’episodio descritto è collegabile alla pesca miracolosa narrata da
Giovanni (21, 1- 19) ed è alquanto raro in pittura.
fig.19
fig.20
Domenico Soriano:”
nella cappella a manca, sacra primamente a San Nicola, i fatti del
Santo a fresco nella volta sono di Carlo Coppola o Coipler, quelli
nel sottarco e nei laterali portano la cifra G.A.P.”
Oggi purtroppo nella chiesa restano solo gli affreschi nei
sottarchi.
In passato al Coppola sono stati assegnati quadri di natura morta,
sia dal D’Elia che dal Bologna, frutto di una confusione nella
lettura della sigla (G.C. invece di C.C.) come già dal 1972 ebbe a
sottolineare il Causa. Una confusione cominciata nel 1938 quando
l’Ortolani, in occasione della grande mostra di Napoli su tre secoli
di arte partenopea, attribuì al Nostro, esponendolo nella IX sala,
un’Adorazione dei Magi, proveniente dagli Uffizi, di mano del
pittore pugliese Giovanni Andrea Coppola, un artista chiaramente di
scuola romano emiliana.
Achille della Ragione
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Achille della Ragione
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